Communications

12/05/2019

Dichiarazione conclusiva Report C.C./TAP
(Pierandrea Leucci, President ASCOMARE)

A prescindere da ogni considerazione personale sull’utilità del progetto Trans Adriatic Pipeline (TAP) e sui presunti benefici economici che da esso potrebbero derivare, risulta assai difficile ignorare il fatto che tale progetto sia, comunque, suscettibile di produrre non trascurabili conseguenze di carattere sociale, le quali, pertanto, meriterebbero un esame svincolato da logiche esclusivamente utilitaristiche. Ne consegue che, sebbene l’analisi tecnico-giuridica contenuta all’interno del Report C.C./TAP prodotto da ASCOMARE verta prevalentemente sulla legittimità del progetto con la normativa comunitaria a tutela del bene ambientale, questa breve riflessione finale desidera concentrarsi su un aspetto differente della questione, seppure in parte trasversale, ossia la responsabilità di ascolto della volontà pubblica locale da parte delle istituzioni nazionali competenti. A pochi mesi dal ventesimo anniversario della UN Declaration on Human Rights Defenders, nonché nell’anno in cui uno storico traguardo per i paesi dell’America Latina e dei Caraibi è stato raggiunto, con l’adozione dell’Accordo di Escazú che riconosce i diritti dei “difensori dell’ambiente”, non si può prescindere dal garantire la migliore e più effettiva partecipazione delle comunità locali a scelte che riguardano direttamente loro e l’ambiente in cui vivono. Ciò va al di là degli strumenti di consultazione previsti dalla normativa vigente, dei meccanismi riparatori o delle strategie di mitigazione dell’impatto ambientale e socioeconomico. Si tratta, infatti, di un principio etico che suggerirebbe di astenersi dal compiere un’opera all’interno di una comunità se l’opera in questione è percepita da quella stessa comunità (e non mi riferisco al singolo cittadino) come ‘inopportuna’, ‘ingiusta’, ‘pericolosa’ o, anche solo, ‘non necessaria’. E questo in quanto, pur consapevole del fatto che il concetto di utilità pubblica debba trascendere la dimensione regionalistica degli interessi o dei problemi, non si può ignorare il fatto che la delegittimazione del volere delle comunità locali corra il rischio di venire percepita come una tirannia istituzionalizzata. Allora, è giusto che sia lo Stato, in qualità di organo tecnico ed informato, a decidere sull’opportunità di un’opera, ma è altrettanto giusto che si riconosca l’ultima parola a coloro che pagherebbero il prezzo più alto per la sua realizzazione. E questo è quanto, ad esempio, l’Alta Corte di Pretoria ha recentemente osservato nello storico caso Xolobeni, con riferimento ad un progetto minerario autorizzato dalle autorità nazionali sudafricane e condotto dalla compagnia australiana Transworld Energy and Mineral Resources (TEM). La Corte ha, infatti, sottolineando come le comunità che hanno un’intima connessione culturale con la loro terra e da essa dipendono per motivi economici, fisici o spirituali devono avere la possibilità di opporsi alla realizzazione di un’opera che è suscettibile di compromettere non solo i loro diritti su quella porzione di territorio, ma anche ‘their very way of being‘, ossia l’essenza stessa del loro modo di vivere. Diventa, pertanto, essenziale per i governi di tutto il mondo, ed in particolar modo per coloro che si fanno portavoce dei più alti ideali di giustizia sociale e culturale, riconoscere il legame indissolubile esistente tra diritti umani ed ambiente. Un legame che non può prescindere da un consenso libero, preventivo ed informato delle comunità locali per l’autorizzazione e la realizzazione di grandi opere pubbliche.

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